giovedì 7 settembre 2017

Il riso: le lavorazioni, i contenuti nutrizionali e quando può essere utile.

IL RISO: le lavorazioni, i contenuti nutrizionali e  quando può essere utile.
L’ alimento riso: come cuocerlo e come sceglierlo.
Con la lolla si produce un materiale simile alla plastica, ma completamente naturale. Cosa c’entra l’olio di vaselina?
I derivati del riso, un po’ di storia e qualche curiosità.
Il riso, di cui esistono più di 100mila varietà, viene seminato in primavera e si raccoglie dopo 140/180 giorni  in terreni ricoperti di acqua in modo da garantire una temperatura costante: l’acqua durante il giorno assorbe il calore del sole e lo restituisce la notte.
Il riso è l’alimento base per le popolazioni orientali e in parte dell’Africa.
E’ al secondo posto per produzione mondiale, dopo il frumento, cioè al secondo posto anche come consumo.
Per elencare alcune delle varietà ricordiamo: Arborio,  Ribe, Carnaroli, Silla, Baldo. Il India si coltiva il Basmati di forma allungata e dal profumo intenso; in Thailandia si produce il Selvatico, dal colore rossiccio e in America il Wilde Rice ottenuto dalla Zizania aquatica, di colore nero e forma molto allungata.
In Italia è coltivato soprattutto in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, ma anche in regioni come la Calabria, la Sardegna e la Toscana.

LA PIANTA
Il nome scientifico del riso è Oryza Sativa, appartiene alla famiglia delle Graminaceae e raggiunge il metro in altezza producendo spighe poco compatte.
Il raccolto si effettua tra settembre e ottobre e, a seguire, il riso viene sottoposto a numerose lavorazioni, oggi completamente meccanizzate.
La parte utilizzata è costituita dai semi.

COSA CONTIENE
La sua composizione varia notevolmente se si considera il riso integrale o il raffinato bianco perché la raffinazione impoverisce il riso da molti dei suoi nutrienti e si conserva più facilmente, questo è anche uno dei motivi delle raffinazioni, anche del grano.
Il riso è ricco di amidi, proteine di buon valore biologico, vitamine del gruppo B ed E; calcio, ferro, magnesio, manganese, fosforo, potassio, rame, silicio e sodio.
Il contenuto in amidi, che assorbono maggiori quantità di acqua rispetto alla pasta che ne contiene meno, fa sì che, a cottura ultimata, il riso sia meno calorico della pasta. In effetti, a crudo, l’apporto calorico è di 340 kcal circa ogni 100 g ma, una volta cotto, arriva a 130 kcal  per 100 g circa. Chiaramente occorre valutare anche l’apporto calorico dei vari condimenti.
Il contenuto proteico è compreso tra il 7% ed il 9% ed è più elevato nelle varietà Vialone e Arborio. Le proteine sono presenti nello strato più esterno e nel processo di sbiancatura vengono perse in gran parte.
Anche il riso, come altri cereali, non contiene tutti gli aminoacidi essenziali: il riso integrale è carente di lisina e il riso bianco di triptofano, oltre alla lisina. Il contenuto è del 4% delle proteine del riso, percentuale doppia rispetto alla farina di frumento o di mais.
Il rapporto tra i vari aminoacidi è ideale nel riso.
I grassi sono presenti in modeste quantità, sono in prevalenza acidi grassi essenziali (nel germe) che nel riso bianco vengono rimossi rendendolo meno vulnerabile all’irrancidimento.
I carboidrati del riso sono costituiti dagli amidi e rappresentano la componente principale. Sono complessi, ma il riso raffinato ha un indice glicemico elevato, non è lo stesso per il riso integrale.
Gli amidi del riso sono granuli molto piccoli, per questo, il riso, risulta più digeribile rispetto ad altri cereali; mediamente la digestione della pasta impiega circa tre ore, mentre quella del riso, due.
Le fibre sono presenti in ottime quantità, ma solo nel riso integrale, il contenuto del riso bianco è trascurabile.
Le vitamine sono soprattutto quelle del gruppo B, in particolar modo la B1  e la PP (niacina) che si perdono quasi del tutto con la raffinazione. Infatti  nel XIX secolo, quando gli europei introdussero la tecnica della raffinazione del riso, si sviluppò il beriberi, una malattia da mancanza di vitamina B. E’ presente anche la vitamina E.
I sali minerali come il ferro, il fosforo, il magnesio, il manganese e il potassio vanno persi con la raffinazione. Va comunque detto che i minerali presenti nel riso sono di difficile assimilazione perché le molecole antinutrizionali, di cui il riso integrale è ricco e che diminuiscono con la cottura, ne impediscono il completo utilizzo.

Quando è utile il riso

Per chi è affetto da celiachia: il riso è un alimento consigliato in sostituzione del frumento e degli altri cereali contenenti glutine.
E’ un cereale con scarso potenziale allergenico.
Per chi ha uno stomaco delicato, per i bambini, gli anziani e per i convalescenti: i suoi amidi sono più digeribili perchè costituiti da granuli di piccole dimensioni.
In caso di diarrea, gastrite e nausea: gli amidi contenuti hanno un effetto astringente e antinfiammatorio.
Il decotto di riso, acqua di riso, è astringente ed utile in caso di infiammazioni intestinali: si beve a digiuno e calma la diarrea.
In caso di gastrite la crema di farina di riso si rivela un ottimo lenitivo.
L’indice glicemico del riso integrale è più basso di quello della pasta.
E’ un alimento antiurico, ostacola cioè la formazione di acido urico, quindi adatto in caso di iperuricemia.
In Cina si utilizza il riso con succo di zenzero per attenuare le nausee mattutine.
Il riso integrale, per il suo alto contenuto in fibre,aiuta a prevenire la stitichezza, ma può irritare uno stomaco delicato, in questi casi è meglio utilizzare il parboiled.
Molti nutrizionisti sono concordi nel considerare il riso bianco come un alimento impoverito, squilibrato da un punto di vista nutrizionale e capace di alzare l’indice glicemico.
La quasi totale assenza di sodio rende il riso indicato in tutte le diete dove si rende necessario un minor apporto.

LE LAVORAZIONI
La prima lavorazione del riso appena colto consiste nella pulitura, poi si procede con la sbramatura.
Con la sbramatura si asporta  la lolla, il rivestimento esterno, ottenendo il riso integrale, riso sbramato o risone semigreggio. La lolla o pula è imputrescibile e inattaccabile dagli insetti.
La lolla, pur rappresentando un prodotto di scarto, in realtà si presta a un innumerevole varietà di impieghi. E’ costituita dal 45% da cellulosa, mentre il resto è ossido di silicio, proteine e grassi. E’ utilizzata come pacciame nel giardinaggio, come fondo per lettiere degli animali, come combustibile e dà vita ad un materiale che può sostituire la plastica. Vengono infatti prodotti vasi per giardinaggio, piatti per uso alimentare ecc., il tutto senza sprechi, con un minor utilizzo di energia e senza generare inquinanti.
Con la sbiancatura si asporta il germe e gli strati che ricoprono il riso integrale.
Le sbiancature sono quattro ed eliminano l’epicarpo e il mesocarpo (primi due strati che rivestono il chicco),  l’endocarpo (terzo strato di copertura), lo spermoderma (quarto strato) infine, nell’ultima sbiancatura, si rimuove l’aleurone, ultimo rivestimento e il germe, la parte proteica del chicco.
Con l’oleatura si stende sul chicco un sottile strato di vaselina mentre la brillatura prevede di cospargere il riso con olio di vaselina e  una soluzione di glucosio che portano il chicco a diventare levigato e brillante.
La vaselina è un composto di idrocarburi derivati dal petrolio che, secondo alcuni autori, contiene aromatici sospetti. Le operazioni industriali di finitura del riso lo portano ad un aspetto più “sano”, con una cottura più rapida e una migliore conservabilità, ma è così necessario?

A seconda delle lavorazioni il riso si distingue in:
integrale, sbramato di risone o sbramato e semigreggio, quando il riso ha subito solo la sbramatura;
semintegrale o semiraffinato quando il chicco è privato dell’epicarpo e del mesocarpo che cuoce in tempi simili al raffinato e che, al palato, non si distingue;
riso raffinato o riso bianco quando oltre alla sbramatura ha subito tutte le sbiancature;
Riso parboiled. E’ un metodo molto antico di trattamento, si ritiene risalga a 4000 anni fa; il riso veniva messo a bagno in acqua fredda e poi cotto brevemente e asciugato al sole.
Oggi tutte le lavorazioni sono industriali: il riso viene immerso in acqua calda, le vitamine e i sali minerali del rivestimento esterno e del germe si disciolgono e poi viene sottoposto a forte pressione in modo che le sostanze disciolte si trasferiscano all’interno del chicco. Viene cotto a vapore, a più di 100°C in modo da sigillare le sostanze all’interno del chicco e infine viene essiccato.
Il riso parboiled ha un colore ambrato e possiede un contenuto in vitamine e sali minerali superiore a quello del riso bianco e cuoce in pochi minuti.

L’ALIMENTO RISO
La patria del riso, si sa, è l’Oriente.
In Occidente si consuma, ma non è alla base dell’alimentazione, come in Italia  la pasta.
Secondo gli orientali e la Medicina Tradizionale Cinese il riso è un cibo molto equilibrato, lo yin e lo yang sono bilanciati rendendolo un alimento perfetto come base quotidiana dell’alimentazione. Il riso è comunque un cereale leggero, rinfrescante e gustoso.
Come cuocere il riso?
Lavare il riso provoca la perdita di sali minerali e vitamine che si sciolgono in acqua.
Le perdite aumentano se il riso viene bollito in tanta acqua. Si stima che si possa raggiungere la perdita del 50%.
Quindi il miglior metodo di cottura è il vapore, pilaf oppure con poca acqua che si lascia completamente riassorbire. Possiamo dire che come si cucina il risotto rappresenta un buon metodo.
In genere si misura a tazze, una tazza di riso corrisponde alla porzione per due persone e si cuoce con il doppio di acqua, cioè due tazze, a pentola coperta. Una volta spento il fuoco, lasciare riposare per dieci minuti in modo che venga riassorbita tutta l’acqua e si gonfino i chicchi.
Il riso integrale cuoce in circa un’ora e mezza, per questo si utilizza, molto spesso, la pentola a pressione che riduce i tempi a circa mezz’ora.
Il riso parboiled cuoce in circa 15 minuti, mentre quello bianco ha una cottura variabile a seconda della varietà.
Il riso si mangia sia cotto che crudo.
CRUDO: ammollato o germogliato (può germogliare solo il riso integrale). La sua consistenza può essere più dura di altri cereali ma dipende dalla varietà di riso (alcune sono tenerissime). Si consuma soprattutto nell’alimentazione vegana e viene condito con olio, prezzemolo, sale, limone ed erba cipollina.
COTTO: si mangia nei minestroni, arancini di riso, torte salate. Il riso germinato e cotto al vapore è molto gustoso.

Come si sceglie. Il riso deve presentare dei chicchi dello stesso tipo e dimensioni senza rotture e striature (è tollerata una percentuale del 3% di chicchi rotti, altrimenti deve essere indicato “riso sotto tipo”). Il buon riso mantiene la cottura con chicchi ben separati, se il riso diventa appiccicoso o molle al suo interno significa che non è di buona qualità, a meno che non siano stati rispettati i tempi di cottura.
In ultima analisi meglio sceglierlo biologico, soprattutto per quello che riguarda il riso integrale perché è integro e mantiene anche residui di tutto ciò che di chimico è stato utilizzato durante la coltivazione e la lavorazione.

I DERIVATI DEL RISO
Sono diversi i derivati dal riso: la farina, la crema di riso, la semola di riso, il riso soffiato, l’amasake, il malto di riso, l’arack, il latte di riso …
La farina di riso si ottiene dalla macinatura del chicco, si può trovare sia bianca che integrale. Non contiene glutine ed è quindi adatta all’alimentazione degli intolleranti e di chi è affetto da celiachia. Viene aggiunta per la panificazione ad altre farine, con e senza glutine, e si utilizza per la produzione di spaghetti e altri formati di pasta.
Crema e semola di riso. La crema è farina macinata molto finemente mentre la semola, al contrario, è molto grossolana. Entrambe vengono utilizzate nell’alimentazione della prima infanzia.
Il riso soffiato segue una particolare lavorazione, viene prima cotto, poi spianato fino a formare un fiocco spesso che viene successivamente e velocemente tostato in modo da formare delle bolle che ne aumentano il volume e donano una consistenza spugnosa. Con il riso soffiato si producono le gallette di riso che, insieme al riso soffiato, danno senso di sazietà.
Le gallette di riso sono prodotte (non tutte probabilmente) con il metodo dell’estrusione, una lavorazione che sottopone i chicchi ad elevate temperature e ad una enorme pressione, stesso procedimento dei corn-flakes.
Pensate che la tecnica è la stessa per produrre il polistirolo!!!
Comunque, le varie analisi non le considerano un cibo sano, in primo luogo perché hanno il doppio delle calorie di un pane integrale (quello vero), in secondo luogo le alte temperature a cui viene sottoposto il chicco riduce o distrugge lisina, vitamine e sali minerali e, in terzo luogo, si parla di formazione di acrilammide, sostanza cancerogena che si produrrebbe ad alte temperature.
Forse è il caso di cercare altri sostituti del pane o di non sostituire affatto e iniziare a nutrirci con alimenti il meno possibile processati e industrializzati.
Il malto di riso è un dolcificante naturale, si trova nei negozi specializzati in alimentazione naturale ed è utilizzato come sostituto dello zucchero perché possiede un minor indice glicemico. Si ottiene aggiungendo un enzima, l’amilasi, al cereale. L’enzima scompone l’amido di riso in maltosio e zuccheri semplici.
L’olio di riso si ottiene dalla spremitura a freddo del germe, della pellicola interna del chicco (del riso integrale) e della pula. Ha un sapore delicato e spesso si utilizza, proprio per questa sua caratteristica, nei dolci quando si intende sostituire il burro.
La bevanda di riso, non si può più chiamare latte, è ottenuta dalla cottura del riso in acqua, viene filtrato e vengono aggiunti zuccheri, oli vegetali e aromi.
Ha un sapore dolce e si può utilizzare in sostituzione del latte vaccino in caso di intolleranze o se si segue una dieta vegana. E’ ricco di carboidrati, pochi grassi e quasi tutti polinsaturi.
La bevanda di riso si può facilmente auto-produrre e le semplici ricette da seguire sono innumerevoli nel web, a voi la scelta.
L’Amasake è ottenuto dalla fermentazione del riso cotto con orzo germogliato. La fermentazione fa sì che gli amidi contenuti si riducano in zuccheri semplici donando un gusto dolce al prodotto. E’ molto utilizzato in macrobiotica e per la produzione di budini. Si trova, come bevanda o crema, nei negozi di alimentazione naturale e macrobiotica.
L’Arack è una bevanda alcolica, diffusa in Asia (viene spesso offerto nei ristoranti cinesi a fine pasto) ottenuto dalla fermentazione del riso e successiva distillazione.

Un po’ di storia e qualche curiosità
Probabilmente il riso è originario dell’Indonesia, dove sono stati ritrovati resti risalenti al 7000 a.C., poi si diffuse in India e Cina. Era coltivato in Mesopotamia e Greci e Romani lo utilizzavano come pianta medicinale, sotto forma di infuso, per il mal di pancia. Fu “esportato” dagli Arabi nel VI secolo in Africa settentrionale e poi in Spagna e anche in Sicilia prima dell’anno 1000. Il primo documento che attesta la coltivazione del riso in Italia è una lettera di Galeazzo Sforza del 1475. Il riso naturalmente era conosciuto, in Italia, molto prima, veniva importato dall’Oriente insieme alle spezie, ma non si conoscevano i metodi di coltivazione.
Nel vercellese e novarese si concentra la metà della produzione di tutto  il riso coltivato in Italia.
Nel XIX secolo gli europei introdussero la tecnica della raffinazione del riso. La raffinazione privando il chicco della vitamina B1 (necessaria alla conversione del glucosio in energia), presente nello strato più esterno del chicco ed eliminato dalla raffinazione, fece diffondere il Beriberi, una malattia che si manifesta con debolezza estrema, problemi visivi, confusione mentale e paralisi di alcuni muscoli dell’occhio ed è una malattia diffusa in luoghi dove si consuma molto riso brillato.

Quando è sconsigliato. Il riso integrale non è indicato in caso di stomaco delicato o problemi di irritabilità intestinale che, per il suo alto contenuto di fibre, può risultare irritante. Particolare attenzione, in caso di diabete, per l’elevato indice glicemico del riso bianco.

Scritto da Angela Ballarati
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“Salute e bnessere secondo natura” Fabbri Ed. – “Mangiar sano e naturale” Riefoli Macro Ed. - http://www.my-personaltrainer.it/integratori/proteine-riso.html - http://ecoradar.it/blog/lolla-di-riso/ - https://it.wikipedia.org/wiki/Latte_di_riso




lunedì 24 luglio 2017

Papavero o rosolaccio, proprietà, utilizzi e tradizione

Il Papavero o rosolaccio ha proprietà sedative, tossifughe, espettoranti e coloranti.
E’ quello che si fa notare ad ogni margine di strada, nei campi di grano e negli incolti.
Chi non ha mai voluto fotografare i papaveri rossi nei campi di grano, macchie di fuoco negli incolti?

Il papavero possiede proprietà sedative, tossifughe, espettoranti e coloranti.

Il Papaver rhoeas della famiglia delle Papaveraceae ricorda il pericoloso Papavero sonnifero (Papaver Somniferum), appartengono alla stessa famiglia botanica, da cui si ricavano oppio e derivati, tanto utili quanto dannosi.
Il Somniferum ha petali bianchi con leggeri riflessi rosati e dalla sua capsula, non ancora giunta a maturazione, si ricava il lattice che servirà a produrre oppio, molto utilizzato anche in medicina.
Il rosolaccio è da considerarsi innocuo, tanto più che si utilizzano i petali e non le capsule (ciò non esime dalla cautela), anche se in passato, nella medicina popolare, si utilizzavano le capsule. Le capsule producono una succo lattiginoso con un leggero effetto narcotico per gli alcaloidi contenuti.

Il papavero è un’erbacea annuale con radice fusiforme, fusto eretto, peloso e ramificato che può raggiungere i 60 cm.

Alcuni nomi locali attribuiti sono: Papavar, Garusola in Lombardia, Puavere in Veneto, Rusalena in Emilia, Papagnello in Campania, Papagna in Puglia e Paparina in Sicilia.

Le foglie basali formano una fitta rosetta, sono alterne e pelose, con peli setosi e morbidi.

Prima della fioritura i boccioli sono penduli. A giugno-luglio compaiono i fiori, di un bel rosso acceso con una macchia nera alla base di ciascun petalo; la corolla  è composta da quattro petali tondeggianti di colore rosso vivo e spesso provvisti di una macchia nerastra alla base; gli stami, numerosi, sono neri.

Il frutto è una capsula ovale-oblunga con numerosi semi neri.
Il papavero cresce dalla zona submontana fino al mare ed è considerato infestante.

La droga, ossia la parte di interesse fitoterapico, è costituita dai petali che si raccolgono alla fioritura, in maggio-luglio, staccandoli delicatamente.
I petali si essiccano all’ombra e si conservano in recipienti di vetro al riparo dalla luce.

Presente nei campi di frumento (un tempo insieme ai fiordalisi) e orzo, lo si trova a lato delle strade, fra le macerie, negli incolti e nei fossati.

Cosa CONTIENE e quali sono le sue PROPRIETA’

Contiene acido meconico, resine, mucillagini e sostanze coloranti.
I principi attivi sono alcaloidi, antociani, tannini e mucillagini.
La readina è un alcaloide che conferisce proprietà sedative ed è contenuta in tutta la pianta eccezion fatta per i semi.
Dai semi si ricava un olio composto da acido linoleico, stearico, palmitico ed oleico.

Nelle parti aeree e nelle radici è presente la protopina, un alcaloide,  incontrato anche nella Fumaria e nel Papavero Californiano, che sembra inibire il recettore dell’istamina H1 e che agisce anche come analgesico (http://www.wikiwand.com/es/Protopina).

Nelle parti aeree sono contenuti sanguinaria, coptisina (presente anche nell’escolzia o papavero californiano) e cheleritrina.

Non presenta morfina, codeina e papaverina, tipici del papavero da oppio.

Il papavero possiede proprietà sedative, tossifughe, espettoranti, leggermente ipnotiche e coloranti.

E’ leggermente sedativo, bechico (antiussivo), soprattutto per la pertosse e le bronchiti acute.
Favorisce la sudorazione (proprietà diaforetica) e per uso esterno possiede proprietà lenitive e disarrossanti.


                                                  
IMPIEGHI

Infuso di papavero: lascare riposare per 10 minuti in 2,5 dl di acqua calda 1g di papavero (petali essiccati). Trascorso il tempo filtrate e addolcite con un cucchiaino di miele. Una tazza di sera combatte l’insonnia e il nervosismo.

Per il mal di gola versate una tazza di acqua bollente su 10 g di altea e 1 g di papavero (petali) per 10 minuti. Filtrate e fate gargarismi.

Si utilizza l’infuso e lo sciroppo per l’insonnia, il nervosismo, l’eccitazione, l’ansia, la tosse e la bronchite.

Per uso esterno si consigliano le compresse imbevute dell’infuso: per il mal di denti, per la pelle arrossata o  per uso cosmetico come antirughe.

In cucina si utilizzano i giovani germogli crudi in insalata oppure saltati in padella, fritti in pastella o in minestre e risotti. In Friuli le foglie intorno alla radice, raccolte prima della fioritura, si lessano e si passano in padella. Il sapore è delicato e leggermente amarognolo. Crude,con altre verdure e condite con olio sale e limone sono una gustosa insalata. In Romagna si utilizzano crude dopo averle tritate e lasciate macerare sotto sale per 24/36 ore, dopo averle strizzate si utilizzano per fare da ripieno al famoso “Cassone”.

Messèguè scrive del papavero: “… sorriso vermiglio che la natura in festa rivolge agli uomini … lo vedo come simbolo della vita, della gioia, dell’appagamento e della felicità.
… i semi raccolti nelle capsule sono considerati lievemente narcotici, sudoriferi, espettoranti e calmanti. I fiori di papavero sono uno degli ingredienti della celebre Tisana dei 4 fiori, insieme con piede di gatto (Antennaria), malva e farfara. Raccomando questa preparazione a tutti i sofferenti di disturbi respiratori, ai bronchi, alla faringe e al retro-bocca.
Usate il papavero per curare le insonnie, per combattere il nervosismo, l’ansietà, l’angoscia, gli spasmi di stomaco e dell’intestino come pure tutti i dolori di origine nervosa (nevralgie facciali, degli arti ecc.).
Fateli essiccare rapidamente all’aria su della carta o su un telo … se dovessero scolorirsi o tendere al nero, sarebbe segno che sono stati esposti all’umidità e che si sono sciupati. Bene essiccati, li conserverete in barattoli a chiusura ermetica.”

CURIOSITA’

Le proprietà coloranti del Rosolaccio sono dovute principalmente alla presenza nei petali di antociani dal colore rosso vinoso che in passato sono stati sfruttati dalle donne per truccare le labbra e le guance.

Nella medicina popolare è stato utilizzato come sedativo per i bambini, per indurre il sonno e per diminuire la febbre catarrale e reumatica. Si preparavano degli infusi con 4 o 5 petali.

I semi di papavero che comunemente vengono aggiunti alle insalate, venduti nei negozi di alimentazione naturale, non hanno nulla a che vedere con il Papaver Rhoeas, ma sono i semi del Papaver nigrum e del Papaver setigerum dal cui baccello, una volta che il fiore è secco, si ricavano i semi.

C’è chi lo vuole originario della Bulgaria o della Turchia, ma è stato ritrovato anche nelle tombe egizie. I greci mangiavano le giovani foglie in insalata.
Il nome papavero deriva dalla lingua celtica  “Papa” che significa pappa perché si miscelava l’estratto o il succo del papavero rosso alla pappa dei bambini per indurre il sonno e rhoeas significa “cado” e fa riferimento alla precoce caduta dei petali.

Nel mondo anglosassone è dedicato alla memoria delle vittime sui campi di battaglia, della prima e della seconda guerra mondiale, in ricordo dei caduti.
A questo si ispirò De Andrè per la canzone “La guerra di Piero”.
Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.
(Fabrizio De André)

AVVERTENZE. Il rosolaccio non ha nulla a che vedere con i papaveri da oppio, ma in dosi elevate può causare intossicazioni e avvelenamenti. In mancanza di precise conoscenze di ordine chimico e farmacologico le capsule non vanno assolutamente utilizzate. In generale è innocuo, ma è sconsigliato in gravidanza e allattamento. Chiedere sempre il parere medico. Non utilizzare in associazione ad altre sostanze ipnotico-sedative.


Scritto da Angela Ballarati
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domenica 16 luglio 2017

Meliloto officinale: proprietà e utilizzi

 Il MELILOTO possiede proprietà sedative, antispasmodiche, digestive, diuretiche, espettoranti, decongestionanti e astringenti.
E’ utile, per il suo effetto vasotonico, nelle stasi venose e linfatiche: edemi, gonfiori alle gambe, cellulite, ritenzione idrica ed emorroidi.

E’ utile nell’insonnia dovuta ad ansia e nei crampi allo stomaco per nervosismo.


LA PIANTA

Il meliloto, Melilotus officinalis della famiglia delle Leguminosae, è una pianta erbacea annuale o biennale che cresce a cespuglio e che arriva all’altezza di 1,5 m.
I nomi locali attribuiti sono: Cavalin in Piemonte, Trifoglio cavallino in Lombardia, Spagna salvadega in Veneto, Erba vetturina in Toscana, Trifoglio melato in Puglia, Erba vetarina nelle Marche.
I fusti sono semplici o più spesso ramificati con l’interno cavo. Le foglie sono trifogliate (divise in 3 foglioline piccole) mentre i fiori si riuniscono a grappoli composti da 30/70 fiorellini di colore giallo. Il frutto è un legume bruno-nerastro, mentre i semi sono ovoidali e di colore verde-giallastro.
Cresce in Europa e in Asia occidentale, dal mare alla regione submontana di tutta l’Italia,  nei campi, nei luoghi incolti e assolati, lungo le strade.

La droga, ossia la parte di interesse fitoterapico, è rappresentata dalle sommità fiorite.
Le sommità fiorite si raccolgono tra giugno ed agosto tagliando solo i rametti flessibili, non quelli induriti e quando il tempo è asciutto. La pianta deve essere essiccata molto bene perché l’umidità può sviluppare una muffa che trasforma le cumarine in dicumarolo, sostanza tossica utilizzata come topicida e che interferisce con la coagulazione. Il meliloto non agisce direttamente sulla coagulazione del sangue.
La raccolta non provoca danni alla specie, ma è importante che la pianta non venga divelta e che si lascino sempre integri alcuni grappoli fiorali.
Viene considerata pianta da foraggio che assume, a volte, carattere infestante.  
Le sommità, riunite in mazzi, si essiccano all’ombra e si conservano in sacchetti di carta o tela.

COSA CONTIENE

La pianta contiene cumarine e derivati cumarinici che esplicano attività antiedematosa e cicatrizzante che la rendono utile in caso di insufficienza venosa e stasi linfatiche.
La principale cumarina presente è il melitoside con attività vasoprotettiva, attività simile all’escina contenuta nell’ippocastano.
Contiene flavonoidi che possiedono proprietà antisettiche e diuretiche.
Sono presenti tannini, olio essenziale, resine e amido.

PROPRIETA’

Il meliloto possiede proprietà sedative, antispasmodiche, digestive, diuretiche, espettoranti, decongestionanti e astringenti.
Le sommità fiorite contengono derivati cumarinici che conferiscono al meliloto un gradevole odore di fieno ed esplica, grazie alle proprietà delle cumarine, un effetto vasotonico.
E’ utile nelle stasi venose e linfatiche.
Fluidifica il sangue ed è indicato nei pruriti, nei gonfiori e nei crampi degli arti inferiori dovuti a cattiva circolazione.
Ha una funzione tonica, antiedemigena (che impedisce la formazione di edemi), antinfiammatoria nelle affezioni venose ed è in grado di effettuare un drenaggio linfatico: si usa nell’insufficienza venosa, negli edemi e nei gonfiori delle gambe, nelle flebiti, nelle emorroidi, nella ritenzione idrica e nella cellulite.
Nei colliri ha un’azione disinfiammante e decongestionante della sclera.
Il meliloto è anche utile nei casi di insonnia dovuta ad ansia o eccitabilità, ma anche eccessiva stanchezza, infatti le cumarine agiscono sul sistema nervoso centrale e contribuiscono a calmare gli stati di sovraeccitazione. Una tisana prima di andare a dormire induce calma e favorisce il sonno.
L’azione antispasmodica fa del meliloto un ottimo calmante in caso di crampi allo stomaco dovuti a nervosismo o ipereccitazione.
E’ un sedativo delle nevralgie, della tosse e degli spasmi delle vie urinarie.

Uno studio condotto sui ratti (Dipartimento di Neurologia di Shandong, Cina) ha valutato l’effetto protettivo dell’estratto di Melilotus Officinalis sui tessuti cerebrali in ischemia cerebrale acuta ed ha concluso che l’estratto di Meliloto migliora l’apoptosi (morte cellulare programmata) nei ratti ischemici, diminuendo la trombosi cerebrale, lo stress ossidativo e dei mediatori infiammatori (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28320101).
Anche questo studio, condotto sui ratti e quindi da considerare come inizio per ulteriori indagini sperimentali, valuta l’effetto antiossidante e chelante nei confronti del ferro. L’eccesso di ferro genera radicali liberi provocando danni agli organi. Il contenuto in flavonoidi e composti fenolici che possiedono proprietà chelanti, del Meliloto, dimostra come l’estratto di Meliloto possieda una possibile azione, come chelatore di ferro, aumentando l’escrezione del ferro nelle urine e nelle feci (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27626608).

L’estratto di Meliloto è utilizzato nella tradizione della Medicina Tradizionale Cinese (MTC) come antinfiammatorio, antiossidante e inibitore della permeabilità capillare (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25405912).
La tradizione popolare attribuisce al meliloto una blanda azione sedativa, simile alla camomilla, ed è anche utilizzato come diuretico e come balsamico espettorante nella tosse.


COME SI UTILIZZA

Si trova come tintura madre, già preparata nelle erboristerie, ottenuta dalla macerazione della pianta intera, foglie, radici e sommità fiorite in una miscela di alcol alimentare e acqua per circa tre settimane.

Come tisana si prepara versando 100 ml di acqua bollente su 2 g di sommità fiorite. Si lascia riposare per 10 minuti e si filtra. Per i disturbi della digestione, le nevralgie e l’emicrania.

L’infuso per uso esterno si ottiene mettendo in infusione 40 g di pianta in un litro di acqua bollente. Lasciare in infusione fino ad ottenere un liquido di colore marroncino.  Si utilizza: in compresse sulle varici o anche sulle palpebre, per lavare piccole abrasioni, per eruzioni e per sciacqui in caso di infiammazioni  della bocca e della gola.
Gli infusi di Meliloto sono stati impiegati soprattutto per il trattamento decongestionante delle palpebre e delle zone attorno agli occhi, della bocca, del naso, della gola e per lavare, in caso di necessità, piccole ferite, abrasioni, foruncoli, pustolette. Le preparazioni di Meliloto vanno usate con cautela e senza abusi.

L’Università Federico II di Napoli (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23844756) ha valutato a lungo termine la somministrazione di flavonoidi di Centella e Meliloto in pazienti diabetici, diabeti di tipo 2, con edema maculare (CME senza addensamento maculare) concludendo che la combinazione forniva la conservazione della sensibilità retinica durante i 36 mesi di follow-up rispetto ai pazienti non trattati.

IN CUCINA

In cucina vengono utilizzate le sommità, anche quelle fiorite, nelle insalate con altre erbe selvatiche primaverili. Per il suo aroma particolare si utilizza, essiccata, come spezia per insaporire frittate e sughi.

CURIOSITA’ e un po’ di STORIA

Nei campi si trova anche un’altra specie delle stesso genere, il Meliloto Alba, ricco di nettare e molto ricercato dalle api.
Come il fiordaliso e la piantaggine è chiamato “spezza occhiali” per la proprietà di decongestionare gli occhi affaticati.
L’importanza fitoterapica di questa pianta fu osservata studiando casi di sindrome emorragica nelle bestie da pascolo che avevano ingerito piante di meliloto e trifoglio deteriorate.
Il nome deriva dal greco meli, che significa miele, e lotos, trifoglio o biada.

 

CONTROINDICAZIONI. Il parere medico è d’obbligo quando si intende farne una terapia o quando si assumono farmaci o si è affetti da patologie. A chi è in cura con antinfiammatori, anticoagulanti o ha problemi di coagulazione del sangue: avendo il meliloto proprietà anticoagulanti non è indicato. Ad alte dosi il meliloto può indurre nausea, mal di testa, lesioni gastriche ed epatotossicità.


Scritto da Angela Ballarati
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sabato 10 giugno 2017

GENZIANA, proprietà, utilizzo e ricerche

La GENZIANA è aperitiva e digestiva, è utile nelle disappetenze, nelle convalescenze, nella scarsa produzione di succhi gastrici, nelle febbri.

Nella Medicina Cinese ha un uso antico come antivirale, antinfiammatorio, analgesico ed antiepatotossico.

Come si utilizza e cosa scrive Messèguè.
Un po’ di storia e qualche curiosità.

La Genziana possiede proprietà aromatiche, amaricanti, aperitive, digestive, colagoghe (che stimola il flusso biliare verso l’intestino), coleretiche (stimola la secrezione della bile) e febbrifughe.

LA PIANTA

La genziana maggiore, Gentiana lutea della famiglia delle Gentianaceae che comprende circa 400 specie, è una pianta erbacea perenne con un robusto rizoma verticale, bruno-giallastro all’esterno e giallo vivo all’interno.
Si distingue dalla genzianella, anche se possiede proprietà simili.
Può arrivare ad 1,5 m, ma nei primi anni sviluppa solo una rosetta di foglie basali; è molto comune nei pascoli e prati delle zone montane alpine, fino a 2200 m, e più rara in quelle appenniniche.
Le foglie basali sono ovali-ellittiche mentre quelle del fusto sono opposte a due a due, cosa che permette di distinguerla dal Veratro velenoso (attenzione) che ha foglie alterne.
I fiori sono gialli riuniti in fascetti e il frutto è una capsula ovale-oblunga che si apre, a maturità, in due parti; i semi sono ovali e di colore bruno chiaro.
Le radici si raccolgono in primavera e in autunno, si tagliano in pezzi di alcuni cm e si dividono a metà per il lungo. Si conservano in recipienti chiusi, di vetro, dopo essere state ben essiccate al sole.

“Una radice grossa come un pugno vi basterà per un intero anno e sappiate che la genziana impiega da 10 a 15 anni per raggiungere la fioritura: non distruggete una specie …” così scrive Messèguè.
Proprio in virtù del saccheggio perpetrato è diventata una pianta protetta e la raccolta è vietata perché rischia l’estinzione.
Si trova in erboristeria, quella coltivata.

COSA CONTIENE

La genziana contiene iridoidi come genziopicroside, gentisina, amarogentina. La genziopicrina costituisce il principale componente amaro isolato sin dal 1862.
Contiene alcaloidi come la  genzianina e acidi fenolici come l’acido caffeico che sono utili come antipiretici perché agiscono sulla termoregolazione. Sono contenuti oli essenziali, mucillagini e la gentisina che è la sostanza colorante gialla.
I secoiridoidi (principi amari) sono le sostanze utili nell’inappetenza  perché stimolano i recettori gustativi  che fanno della genziana una tra le piante più efficaci come digestivo.
In Cina, il gentiopicroside è un composto isolato dalla Gentiana lutea,  Qin Jiao in cinese, rappresenta uno dei più comuni farmaci con attività antivirale, antinfiammatoria, analgesica ed antiepatotossica (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27342232).
La Genitana rigescens e la Gentiana macrophilla contengono, come la lutea, gentiopicroside (genziopicrina) e sono due erbe utilizzate per trattare l’ittero e altre malattie epatiche e biliari nella medicina tradizionale cinese che le utilizza da migliaia di anni (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27582267).
Alcuni studi, condotti sui topi e che necessitano di ulteriori ricerche, hanno indagato l’effetto anti-artritico e  anti-reumatoide della genziana. I glicosidi iridoidi dai fiori della Gentiana macrophilla Pall, hanno prodotto  dei miglioramenti nell’artrite indotta dal collagene nei ratti (Journal of Ethnopharmacology 2016 ).

I principi amari della Genziana sono utili per stimolare e bilanciare la secrezione dei succhi gastrici e biliari, la cui carenza è causa di sonnolenza, mal di testa, fermentazioni intestinali, flatulenza e per aiutare, migliorando l’assimilazione del cibo, la ripresa di convalescenti e soggetti deboli e anemici.
Tra i principi amari contenuti,  l’amarogentina è responsabile del sapore amaro della genziana, il composto naturale più amaro mai isolato!
L’altra proprietà della Genziana, grazie al suo principio attivo, il genziopicroside, è quella di essere un buon febbrifugo, soprattutto nel caso di febbri malariche o ricorrenti, poiché stimola le difese dell’organismo agendo sui meccanismi della termoregolazione.
Attualmente la Genziana, come preparazione galenica, è impiegata come amaro-tonico ed eupeptico (favorente la digestione). In terapia è utilizzata come eccitante dell’appetito, nella dispepsia e nella ipocloridria.
Come antimalarico può essere associata alla chinina e può trovare particolare indicazione  nei casi di chinino resistenza.
Alcuni studi sugli estratti di genziana la considerano antiossidante,  fungistatica (che impedisce lo sviluppo di funghi) e stimolante le difese immunitarie (studio eseguito sui ratti: Perfumi M., Santoni G., Acta Phytotherapeutica 1996).

Come si utilizza …

DECOTTO. Il decotto si ottiene mettendo 2 g di radice grossolanamente frantumata in 150 ml di acqua fredda. Si porta a ebollizione e si lascia bollire a fuoco lento  per 25/30 minuti, spegnete e coprite per 10 minuti quindi filtrate.

TISANA. Anche se per le radici e i rizomi la forma più utilizzata è il decotto, alcuni testi riportano anche la tisana che si ottiene versando 150 ml di acqua bollente su 2 g di radice grossolanamente frantumata, far riposare per 10 minuti e filtrare.

TINTURA MADRE. Per la preparazione della tintura madre si lasciano a macerare le radici, vecchie di 5 o 6 anni e raccolte in autunno, per tre settimane in una miscela di alcol alimentare e acqua.
Si trova già preparata nelle erboristerie, molto spesso in miscele con altre erbe come la melissa, l’angelica, la liquirizia, la menta e il finocchio.
Tutte le preparazioni sono molto amare.

TINTURA VINOSA. Non poteva mancare la macerazione in vino (l’industria utilizza principalmente alcol per produrre amari digestivi) che si ricava lasciando a macerare in 100 ml, di buon vino, 3 g di radici per 8 giorni.

ALCOLATO. I montanari preparavano numerose varietà di alcoolati a base di genziana (anche con l’aggiunta di qualche bacca di ginepro o scorza di arancio amaro o chiodi di garofano) mettendo a macerare un segmento di radice , circa 5 cm, in un litro di buona grappa. Dopo un mese era pronta.
Ecco la ricetta di Messèguè: “Fate macerare in un grosso vaso di grès, al fresco, un pugno di radici di genziana in un bicchiere di acquavite. Il giorno dopo aggiungetevi un litro di vino bianco e lasciate macerare sino alla fine della settimana. La domenica, all’ora dell’aperitivo, servitene un bicchierino ai vostri amici. Se qualcuno di essi offre di gotta, o vede spuntare all’orizzonte una brutta influenza, vi ringrazierà.”

… e quando può essere utile

E’ nota e famosa come digestivo, gli alcaloidi contenuti nella genziana esercitano un’azione tonica sull’apparato digerente stimolando la secrezione salivare e biliare.

La genziana trova utilizzo nelle difficoltà digestive dovute ad insufficienza di succhi gastrici, in questi casi si può bere il decotto: una tazza 30 minuti prima dei pasti.

E’ utile la tisana in caso di inappetenza, senso di pienezza e aria nella pancia, sempre mezz’ora prima dei pasti.

Come febbrifugo viene consigliata, dagli erboristi, la tintura madre.
Messèguè ne “Il mio erbario” scrive della genziana: “Già gli antichi la somministravano, credendo che guarisse i morsi di serpenti (non ci credo), per curare disturbi del fegato e dell’intestino (sono completamente d’accordo), contro parassiti di ogni genere (è certo), come stimolante generale delle funzioni digestive (l’ho verificato io stesso), come febbrifugo e come diuretico (ve lo garantisco). Noi moderni abbiamo aggiunto a questo elenco di virtù quella di aumentare la secrezione salivaria (il che ne fa un ottimo aperitivo), di tonificare l’insieme dell’organismo (come tutte le piante amare) e di aumentare i globuli bianchi, validi difensori contro tutti i germi infettivi.”

Acqua di genziana per pelli grasse

La genziana ha un’azione tonica sulle ghiandole sebacee diminuendone la secrezione.
L’acqua di genziana si ottiene seguendo le indicazioni del decotto, si fa raffreddare e si applica sul volto con uno spruzzino, lasciando che l’acqua venga assorbita. In alternativa si utilizza la tintura madre, opportunamente diluita in quattro parti di acqua ed in questo caso si utilizza un batuffolo di cotone imbevuto da applicare sul viso pulito.

Un po’ di storia e curiosità

L’uso della genziana, come erba medicinale digestiva, era  conosciuta dagli Egizi, dai Greci e dai Romani. Deve il suo nome a Genzio, il re dell’Illiria.
Veniva utilizzata per disinfettare le ferite, per eliminare i vermi intestinali e per “l’isteria femminile”, come un tempo si chiamavano i dolori mestruali. Nel 1885 un erborista americano lanciò sul mercato la bevanda Moxie, a base di genziana per curare: “esaurimenti nervosi, perdita di virilità e imbecillità”. Non ebbe successo come medicinale e fu venduto come bevanda dissetante con esito positivo.
La genziana è utilizzata come aromatizzante negli amari, come il Fernet Branca, e negli aperitivi come l’Aperol.
In Francia ve ne sono diverse specie, fra cui la stupenda Gentiana acaulis color zaffiro:  la genzianella.
La genziana è nota, come fiore di Bach, sotto il nome di Gentian. Gentian è il fiore dell’amarezza, della sfiducia, del pessimismo e dello sconforto dovuto al credere di non avere possibilità di successo, che le cose andranno male.

CONTROINDICAZIONI. La genziana non è consigliata a chi soffre di acidità di stomaco o ulcere perché aumenta la produzione di succhi gastrici. Evitare in casi di ipersensibilità verso i componenti e in pazienti affetti da gastrite, ulcera peptica, ernia iatale, esofagite. Alti dosaggi possono provocare sintomi come nausea e vomito, irritare lo stomaco o produrre l’effetto contrario cioè ostacolare la digestione. E’ controindicata in chi è affetto da ipercloridria; in persone sensibili e con mal di testa ricorrenti, la genziana può acuire il mal di testa. Alle donne in gravidanza perché, tradizionalmente, veniva usata per indurre le mestruazioni. In allattamento e ai bambini. La genziana può aumentare la gastrolesività di altre erbe o farmaci.


Scritto da Angela Ballarati per Naturopataonline http://www.naturopataonline.org/rimedi-naturali

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“Scoprire riconoscere usare le erbe” Fabbri ed. -  Salute e benessere secondo natura Fabbri Ed.-“Fiori e piante medicinali” Musumeci ed. - https://it.wikipedia.org/wiki/Gentiana - http://www.torrinomedica.it/parafarmaci/sostanze/genziana.asp- http://www.my-personaltrainer.it/erboristeria/genziana.html